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Il complotto – Quarto capitolo

di Luca Giannini

“Come dici?… Sì, scusa, ne possiamo parlare più tardi? C’è l’anticristo in cucina che sta cercando di vendermi un’enciclopedia”.

L’anticristo è calvo, basso, porta occhialetti tondi e indossa un completo grigio chiaro comprato all’Oviesse. Dev’essere la mia personale incarnazione della banalità – dell’anonimato – del male.

Non credo che questo genere di apparizioni faccia di me un pazzo; anzi, considerando che da anni ho strane visioni per strada, l’anticristo in cucina mi sembra un’immagine consolatoria. Niente zolfo, né fuochi artificiali, oltretutto.

Se anche tu, amico mio, girassi per i vicoli certe sere, vedresti carrettate di gente assurda. A pensarci bene, intonare cori di “Dottore, dottore, dottore del buco del c…” alle quattro del mattino non ha molto senso; eppure è un costume diffuso. Se conto il numero di queste celebrazioni, mi viene il dubbio che i dati sul numero dei laureati in Italia (la metà rispetto alla media Ue) siano stati falsificati. Oppure si laureano tutti e solo a Genova. Sento odore di complotto.

O forse è che vivo nell’omphalos e non me ne sono accorto. Ed esiste un calendario liturgico in base al quale i credenti scendono da Albaro e salgono dall’Africa o da qualunque posto tu voglia e si ritrovano a celebrare la loro metafisica urlando versetti dei loro misteriosi testi sacri, discettando animatamente con i loro smartphone per poi purificarsi svuotando ogni orifizio. Che strana religione. O è un movimento segreto che mira a impadronirsi del potere?

Anche quello psicopatico del padrone di Velázquez ha le sue teorie sul mondo: una specie di filosofia sistematica che cataloga e incasella tutto, fenomeni e idee. Se metto insieme le verità che elargisce con quel suo sguardo roteante, mi trovo di fronte a un novum organum, a una risistemazione “dal cucchiaio alla città” che è una degna erede dell’idealismo hegeliano portato alle estreme conseguenze. Ne consegue che il padrone di Velázquez ha un’opinione su tutto. Non c’è campo dello scibile che non sia stato illuminato dalle sue considerazioni. Però le verità rivelate del padrone di Velázquez non sono per tutti: lui seleziona accuratamente i suoi destinatari, secondo criteri del tutto oscuri, un po’ come una delle molte divinità che popolano i nostri Superi (quindi io ignoro perché abbia scelto me). Sul cibo, per esempio, ha le sue prescrizioni, come tutti i monoteismi e un bel po’ di altre religioni. Non mangia riso perché “è da poveri”; gli faccio notare che un chilo di riso costa tre volte rispetto a un chilo di pasta. Nulla. Mi guarda con aria di commiserazione. Tre settimane dopo mi spiega che il riso è da poveri perché è piccolo.

Quanto a me, subisco il fascino della realtà, che trovo la cosa più complessa nella quale mi sia imbattuto; e sono affascinato anche dal fatto che la realtà per molti sia qualcosa di assolutamente insoddisfacente. A molti quello che sentono e vedono non basta; per me già così è un casino impressionante.

Molti padroni di Velázquez sono in cerca di sorprese dietro gli eventi. E pensano che queste sorprese, messe tutte insieme, formino un mondo che giudicano più solido, più credibile, più reale di quello che hanno sotto gli occhi. Come se la realtà non fosse che un’allegoria di una realtà altra, ma più reale. In pratica, una riedizione del mito della caverna. I molti padroni di Velázquez, i molti veri credenti nelle cose più assurde ipotizzano che tutti i fenomeni traggano sistematicamente in inganno, che la verità debba stare sempre e necessariamente da un’altra parte.

Scusami, amico caro, se interrompo così bruscamente questa lettera, ma c’è Dio che si è appeso al mio citofono. Mi conviene sentire che vuole.

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